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    1 aprile 2026 - Redazione PeaceLink

Forum: Libri

8 novembre 2006

Quando la scuola riprende senso: La scuola che voglio

“La scuola è luogo di sosta. Da sempre i sistemi scolastici si assumono il debito di chiedere ai ragazzi migliaia di ore della loro vita. […] La scuola pubblica dovrebbe essere il luogo della restituzione, il luogo dove le ineguaglianze sociali, culturali, economiche conoscono una pausa e sono combattute, dovrebbe essere il luogo nel quale, tramite l’azione didattica, vengono aumentate le chance di democratizzazione della società, un senso viene costruito o restituito. Quando la scuola diventa invece il luogo della selezione, il luogo del sopruso e dell’esasperazione dei confronti, delle divaricazioni e dei conflitti, non soltanto abdica alla propria missione, ma si investe di uno scopo contrario a stessa.”
Autore: federico batini

Federico Batini introduce e cura un volume “caldo” che esprime un punto di vista del quale, a fronte dei rischi di standardizzazione e/o mercificazione (e processi relativi di privatizzazione) della scuola, vi era un reale bisogno nel panorama editoriale italiano sull’educazione.
Il volume contribuisce ad arricchire di spunti teorici, documentali ed operativi un dibattito che si sta guadagnando urgentemente un posto di primo piano all’interno delle emergenti riflessioni sui profondi cambiamenti sociali che stanno ridisegnando i percorsi di vita delle società occidentali, quello sul ruolo delle istituzioni scolastiche nell’era dell’economia della conoscenza.
Nato nell’occasione di un progetto di ricerca-azione sul disagio e sulla dispersione scolastica attuato in collaborazione con l’Amministrazione Provinciale e con l’Istituto Professionale IPSIA Margaritone di Arezzo, il volume si rivolge allo stesso tempo agli studenti, agli insegnanti, ai formatori ed ai cittadini, costituendo anche un utile complemento e fonte di documentazione per i ricercatori interessati a queste tematiche. Il volume è però arricchito ulteriormente da contributi importanti, di altissimo livello che mentre contribuiscono a stabilire un alfabeto comune su disagio e dispersione scolastica introducono anche, in modo innovativo, una serie di teorie che, sperimentate anche in altri contesti, possono contribuire a “leggere” i fenomeni del disagio e della dispersione scolastica in un’ottica ampia e, soprattutto, nell’ottica di sperimentare modalità di soluzione dei fenomeni medesimi.
L’esperienza di progetti, di metodi e sui metodi, attuati in contesti non nuovi alle sperimentazioni didattiche, crea l’occasione per la sintesi di riflessioni più generali che coinvolgono l’intero mondo delle istituzioni scolastiche, genitori e funzionari compresi.
La parte iniziale di inquadramento teorico cerca di fare ordine nel dibattito sulla dispersione e sul disagio scolastico consentendo una definizione di alcuni termini, la delineazione di alcune chiavi di lettura, l’accostamento innovativo di teorie e metodologie con forte fecondità interpretativa ed anche alcune sollecitazioni in ordine all’attuale condizione dell’educazione pubblica in Italia. Forte di contributi autorevoli il fenomeno dispersione e disagio viene inquadrato un po’ da tutte le angolature, sia in ordine ai problemi, sia in ordine alle proposte di soluzione: dalle cornici teoriche sino alla formazione degli insegnanti.
La seconda parte testimonia dell’impostazione teorica, della struttura e delle modalità attuative e delle metodologie utilizzate in un progetto che ha avuto la capacità di far emergere i bisogni degli alunni: essi vivono in prima persona una stagione di eccezionali mutamenti culturali dotati di non molti strumenti critici per gestirsi e operare delle scelte in queste dinamiche di cambiamento. Di qui l’interrogativo, sorto in fase di progettazione dell’intervento, quale potrebbe essere, dunque, la scuola che gli studenti vogliono, come far emergere i loro bisogni, desideri e progetti nei confronti della scuola, come consentirgli comunque di pensare possibile una progettazione personale all’interno della scuola? La scuola che voglio, infatti, come dice lo stesso curatore è un titolo “imperativo”, un titolo che sottintende la volontà di recepire il punto di vista degli alunni, di chi spende ore ed ore della propria vita dietro un banco di scuola ed intende farlo comprendendone motivazioni e costruendoci attorno significati e senso.
La terza ed ultima parte assolve l’utile funzione di rendere pubblici dei materiali di lavoro e di ricerca per insegnanti, formatori ed orientatori che, con grande costanza, lavorano all’interpretazione ed alla costruzione del lavoro della scuola per la scuola, questi materiali risultano anche molto interessanti come campione di analisi di un gruppo di giovani e assumono caratteri dall’ironico, all’espressione del disagio, divertenti in alcuni casi in altri suscitano una profonda riflessione.
“La dispersione e il disagio scolastico sono fenomeni a tutti evidenti, assunti, in alcuni momenti, anche come elementi di emergenza politica, mai però definitivamente affrontati e debellati. […] Una cultura della prevenzione richiede molta fatica, grossi investimenti in denaro e in formazione, una profonda riflessione e autocritica della scuola”.
E se la scuola fa fatica a mutare per adattarsi ai grandi cambiamenti in corso nella cultura, la ragione avrà pure una componente sociale che la riavvicina ai suoi stessi attori: insegnanti, famiglie, educatori, alunni. Ed è a questi ultimi, ma non solo, che si sono rivolti i responsabili del progetto e gli esperti intervenuti nel volume, per azzardare una serie di domande che riguardano, appunto, La scuola che voglio e per fornire anche alcuni possibili percorsi di risposta.
«Il disagio e la dispersione scolastica, occorre ricordarlo, sono, principalmente, guardati dagli occhi di chi ne è “vittima” una difficoltà ad abitare uno spazio che non si avverte confacente. La sensazione di un vestito cucito con misure sbagliate comporta un disagio, un fastidio, una reazione di imbarazzo in alcuni (chissà come mi vedono gli altri), di rabbia in altri (è colpa di…)… Un vestito cucito male non offre comunque una sensazione di agio, star bene a scuola significa sentirsi in un ambiente significativo, da molti punti di vista, da quello della stimolazione cognitiva (o che perlomeno attivi curiosità) a quello affettivo relazionale (che deve avere significatività nella relazione con gli insegnanti, certo, ma anche nelle relazioni con i pari e con tutti coloro che in quell’ambiente insistono), a quello propriamente ambientale (dalla luminosità alla presenza di attrezzature), a quello del contributo alla strutturazione identitaria (trovo modelli, - perché identificarsi è ‘essere come’, es. io sono come te… - trovo proposte valoriali soddisfacenti, risposte alle domande che mi pongo? trovo strumenti per rispondervi?). Quando questi ed altre condizioni non sono soddisfatte, la scuola diventa disagio, diventa luogo nel quale non si sta a proprio agio, luogo di ansie, di tensioni, di frustrazioni, di incidenti critici, pure, si deve starci, obbedendo a delle regole, sottoponendosi a verifiche… La scuola appare allora una specie di macro rito fusionale nel quale si chiede a ciascuno di rinunciare alla propria identità specifica per acquisirne una di massa che restituisce soltanto l’appartenenza, l’inclusione, non ad un gruppo di pari, non all’attualità delle relazioni scolastiche, governate da ben altre regole e da altri riti, ma un’inclusione promessa, futura, nella società, come una scommessa che chiede però un investimento ingente immediato.» (F. Batini, in La scuola che voglio).

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