Il grido dei poveri

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    Ritratti di streghe africane

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    1 aprile 2025 - Alessandro Marescotti
STRATEGIE URBANE

Il nostro orto antirecessione

La crisi fa impennare i prezzi da Wall Street al supermarket. E gli americani si organizzano, coltivandosi il cibo nei community gardens di quartiere.

24 agosto 2008
Francesca Gentile

Community gardens

Coltivare la verdura sotto casa non è solo una garanzia di genuinità, negli Usa colpiti dalla recessione è anche una necessità economica. I community gardens, gli orti di quartiere e condivisi tra più persone o famiglie di diversa composizione, etnia e cultura alimentare nei lotti abbandonati delle città, stanno diventando vere e proprie “banche verdi” dove zappando la terra si ossigena il bilancio, limitando la spesa al supermercato.
Secondo il Dipartimento dell’agricoltura i prezzi sono cresciuti dall’anno scorso del 7,2%: le uova costano il 20% in più, i latticini il 10%. È l’impennata più vertiginosa dal 1989.
Sullo sfondo, i rincari del carburante e dei trasporti. La gente fa fatica e adotta strategie da survivers. Acquista prodotti oltre la data di scadenza, ridotti nel prezzo e seminascosti negli scaffali dei negozi, e si è organizzata nell’apprendere la tecnica dell’eco-fai-da-te.
Scorrendo i risultati di un sondaggio condotto dalla National Gardening Association si apprende che la vendita dei prodotti da giardino è aumentata del 3% nel 2007, registrando la prima significativa crescita di fatturato dal 2002, e che le famiglie hanno speso in erbe il 45% in più e in piante commestibili il 21%.

Risultato: fioccano le richieste di un fazzoletto di terreno da coltivare nei community gardens e si allungano le code e i tempi d’accesso. «È vero, la lista d’attesa è piuttosto lunga», spiega Katherine Brown, direttrice del Southside Community Land Trust, no-profit con base a Providence in Rhode Island e la missione di aiutare le persone a coltivarsi il cibo in città: «Privilegiamo le famiglie che hanno bisogno, con un reddito annuo che talvolta non supera i 16.500 dollari».
L’esperimento di Providence è esemplare. «La nostra organizzazione è nata nell’81 grazie all’imprenditrice sociale Debbie Schimberg», racconta Brown, «la nazione era in piena crisi economica, il mercato immobiliare rasentava la bancarotta. Le persone avevano raggiunto un tale stato di disperazione che davano fuoco alle proprie case, perché il premio assicurativo era più alto di quanto si otteneva vendendo l’immobile.
Motivo per cui nelle città ci si imbatteva in moltissimi lotti vuoti. Evitare che i terreni abbandonati diventassero luoghi di degrado e spaccio di droga fu una delle ragioni che spinse la Schimberg ad acquisire gli spazi per la creazione dei giardini. Inoltre la città stava vivendo il suo primo grande flusso immigratorio dal Sudest asiatico, America Latina e Sud degli States con gli afroamericani. Comunità con la medesima tradizione agricola. Salvare la terra dallo sfruttamento immobiliare per consegnarla ai cittadini è stata la nostra scommessa».

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Ci si dirige verso una cosa perché si crede che essa sia buona; e vi si rimane incatenati perché è diventata necessaria.

Simone Weil

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