Taranto & Brindisi: L'industria pulita non è un miraggio
Gentile Direttore,
Scrivo in merito agli interventi del Professor Federico Pirro sulla vostra testata circa le questioni ambientali di Taranto e Brindisi. Scrivo non per fomentare polemiche sterili, di cui i muri di queste due città riecheggiano da mesi, ma per esprimere con disappunto e incredulità il mio sconcerto di fronte a una serie di dichiarazioni che ritengo essere alquanto insostenibili a fronte della situazione di enorme criticità che le città di Taranto e Brindisi si trovano ad affrontare.
In primis – e si tratta di un’affermazione di carattere generale che non investe soltanto la persona del Professor Pirro – non capisco le ragioni reali che stanno dietro a questa corsa forsennata alla difesa della grande industria (ILVA di Taranto e ENEL nel caso di Brindisi) che da decenni con i loro impianti, progettati, realizzati e gestiti "a ciclo aperto" ovvero sversando negli ambienti di lavoro e in quello esterno i reflui di processo, continuano ad esporre gravemente i lavoratori ad agenti tossico/nocivi, ivi compresi quelli cancerogeni.
Nel caso di Brindisi, al contrario del Professor Pirro, penso che gli ambientalisti abbiano compiuto un gesto sensazionale che ha posto nuovamente il problema Cerano a livello nazionale e che il governo “azionista” al quale tutto sarebbe consentito, debba invece prendere in seria considerazione le problematiche ambientali di Taranto e Brindisi, recentemente elette “tacco nero” di un'Europa che guarda al progresso e si trascina ancora dietro realtà drammatiche come le nostre, inaccettabili nell'anno 2007. E’ innegabile l'enormità della questione ambientale che affligge Taranto e Brindisi, è talmente radicale da aver toccato e compromesso in più punti il tessuto sociale e culturale delle due città.
E allora, a mio avviso, il desiderio impellente di comunicare le proprie inquietudini e di trovare ascolto in un interlocutore attento e fattivo ha spinto Greenpeace alla sommossa, alla ricerca di un atto esplicativo che riportasse sulle testate nazionali l’emergenza che i brindisini vivono sulla loro pelle giorno dopo giorno.
E che a scrivere questa missiva sia un Tarantino credo sia davvero una cosa importante in quanto l’emergenza ambientale non ha distinzioni di territorio, non si parli di "ambientalismo da cortile" nelle nostre città che pagano da sempre un prezzo altissimo, anche in termini di vite umane, all’industrializzazione selvaggia, all’inquinamento “consentito per legge”. Taranto e Brindisi, infatti, oltre ad essere gli esempi lampanti del distorto sviluppo integrato città/porto/industrie tipico del nostro paese, rappresentano la diga della complessità ambientale sulla quale si infrangono gli attuali strumenti normativi.
Oltre alla mancata adozione di tecnologie "pulite" nei cicli produttivi, la grande industria, in violazione delle più elementari norme di buona tecnica, nonché di prevenzione dei rischi, di sicurezza e protezione ambientale, ha da sempre imposto una gestione degli impianti e delle produzioni ad elevatissimo impatto ambientale e sanitario. Di questi comportamenti vorrei se ne facesse tabula rasa. Vorrei che la buona politica ascoltasse l’appello delle Associazioni. Credo sia necessario un serio esame di coscienza e la convinzione che le nostre città debbano sfruttare al meglio le potenzialità che non solo sono rimaste inespresse a favore di una vocazione industriale forzata, ma sono state completamente schiacciate.
Fermo restando che il problema della diossina, grazie alle iniziative delle associazioni ambientaliste, è posto. Ora il problema è quello di una grande battaglia per pretendere un serio crono-programma per una revisione immediata del codice ambientale 152/2006. Abbiamo necessità di adottare i limiti europei ed eliminare la "legge regalo" che fa sì che i valori di diossina dell'Ilva a Taranto siano "a norma" pur essendo di gran lunga superiori ai limiti europei, abbiamo necessità che i campionamenti sulla diossina e su tutti gli agenti inquinanti emessi dal Siderurgico di Taranto siano eseguiti in continuo 24h su 24h coinvolgendo l'ARPA Puglia, che ha dimostrato grande professionalità e capacità di portare avanti una discussione serrata come quella sull'ILVA di Taranto.
Serve volontà di operare nella direzione della trasparenza più totale, della tutela dei diritti dei cittadini e parliamo di quelli basilari, che sono il diritto alla salute ed il diritto ad una qualità della vita accettabile. Recentemente ad un convegno di Legambiente il Presidente Vendola ha parlato della battaglia della diossina di Taranto; nelle sue parole leggo speranza ma anche tanto malumore che ormai si protrae da troppo tempo e che, sinceramente, vorrei lasciasse il passo a nuove vie d'uscita.
Nella Taranto del 2007 dopo un buco di centinaia di milioni di euro; dopo e durante una catena di morti bianche; davanti a un'emorragia dilagante di precariato, credo che l’ipotesi del dialogo sia ancora accettabile purché sia serio, costruttivo e purché vi sia la presenza di un'adeguata ritorsione da parte dell'attore pubblico coinvolto in caso di inadempienza da parte della grande industria. Al Professor Pirro direi che il dialogo purché rispetti le condizioni sopra descritte deve comunque essere accompagnato da trasparenza, polso e onestà incondizionata da parte delle istituzioni perché c’è davvero una grande necessità di tutelare i cittadini e i lavoratori. Senza compromessi.
Il rilevantissimo inquinamento delle città di Taranto e Brindisi è anche causa di danno psichico. Non si pensi a forzature, così veniva definito nel 1961 al convegno dell'Associazione Nazionale di Ingegneria Sanitaria (Bologna, 20-24 aprile 1961) dal relatore Mario Maolucci del Ministero della Sanità "Il danno psichico". Non si può non farne un cenno: un fiume putrido, scolorato, maleodorante, infestato da insetti, o tanto tossico da distruggere la vegetazione lungo le sponde e far rifuggire qualsiasi forma di vita animale, oppure una landa gialla, isterilita, senza un filo d'erba, con innaturali montagne di pulverulenti scorie, producono un danno psichico, al contadino che fugge dalla sua terra maltrattata, ed al cittadino che vi si reca per qualche ora di svago. Questo danno è più sentito nelle fabbriche, perché i primi a soffrirne sono gli addetti alle stesse fabbriche..."
Stefano De Pace
Associazione Tarantoviva
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