«Eliminare i fumi dal nostro reparto»
Difendere la salute per tutelare la sicurezza: è questo l’obiettivo dei lavoratori costretti a fare i conti con un disagio al quale occorrerebbe dare adeguate e rapide risposte. «Il caporeparto - raccontano - ci tiene alla sicurezza dei suoi operai e giustamente impartisce disposizioni riguardanti l’ordine e la pulizia. Ci sembra giusto e importante eliminare i rifiuti dalla zona in cui lavoriamo, sgomberare aree e piazzali da polvere, bottiglie e quant’altro possa causare incidenti.
Ma le emissioni di fumo possono costituire un danno serio per la salute dei lavoratori e allora occorre far funzionare le cappe di aspirazione azzerando ogni possibilità di trasforamre il luogo di lavoro in una zona a rischio intossicazione».
I ragazzi dell’Ilva usano una immagine: «Nel luogo in cui lavoriamo non è
sufficiente fermare lo sguardo a terra, non basta assicurarsi la pulizia del pavimento. Bisogna sollevare gli occhi al cielo ed accorgersi dei fumi». E in questo senso l’invito dei lavoratori viene esteso anche all’Asl per i controlli periodici.
Gli operai, infine, si rivolgono direttamente a patron Riva: «Non sappiamo se è al corrente del fatto che i suoi investimenti possano rivelarsi infruttuosi da questo punto di vista, ma dubitiamo possa essere contento di ciò».
La lettera dei giovani operai dell’area acciaieria è un esempio di come stia crescendo la sensibilità dei lavoratori sui temi della salute e della sicurezza in fabbrica. Superata l’onda emotiva, prodotta dalla tragedia della Thyssenkrupp e dagli incidenti accaduti nello stabilimento Ilva, si fa strada la consapevolezza di una denuncia dei problemi ferma, puntuale, ma priva di asperità «ideologiche» e tesa, piuttosto, ad esigere soluzioni concrete.
Un piccolo tassello utile a rendere civile il confronto tra proprietà e lavoratori. Uno sforzo da assecondare. Anche da parte di chi, come i sindacati, un tempo avrebbe esercitato tutta la sua influenza per risolvere simili emergenze ed oggi resta, invece, sullo sfondo.
Al punto che i lavoratori, decisione singolare ma comprensibile, hanno scelto un quotidiano per rappresentare le proprie rivendicazioni.
Morte Bianca all'ILVA: appello fissato
Arriva al vaglio della Corte d’Appello il processo originato dal tragico infortunio che, verificatosi il 12 maggio del ’98 all’interno dell’ILVA, vide come vittima Domenico Mele, un operaio (all’epoca 27enne) che era alle dipendenze della ditta appaltatrice "Pitrelli srl". Preso atto dell’impugnazione della sentenza di primo grado, i giudici hanno fissato per il prossimo 1 aprile la data in cui dovranno passare ad occuparsi di quella che andò ad incrementare il già lungo elenco di “morti bianche” sui luoghi di lavoro.
Il verdetto che suggellò il primo processo (la decisione fu adottata nel maggio di due anni fa) fu steso dal giudice monocratico dott.ssa Valeria Ingenito che, a conclusione di un delicato dibattimento, decise di decretare la colpevolezza di sei imputati. Che, proprio a seconda dei ruoli rivestiti nella vicenda, si videro infliggere sanzioni la cui entità risultò leggermente differente. Dieci mesi di reclusione con sospensione della pena furono irrogati al 63enne tarantino Vincenzo Lia (in qualità di capo reparto manutenzione del Treno nastri 2 dell’Ilva); al 60enne Antonio Lesto (dirigente responsabile della manutenzione Nastri e Lamiere dell’Ilva) ed al 37enne Michele Eramo (capo squadra della ditta "Pitrelli srl"). Un anno di reclusione fu inflitto all’ing. Luigi Capogrosso (direttore dello stabilimento siderurgico), al 57enne Francesco Pitrelli (titolare dell’omonima ditta per la quale lavorava la vittima dell’incidente) e al 42enne Pietro Sgobba (capo cantiere della ditta "Pitrelli").
A fronte di queste sei condanne si registrarono cinque assoluzioni che, decretate perchè il fatto non fu ritenuto sussistente, videro come beneficiari il 65enne Paolo Lavezzoli Carnevale (responsabile del settore acquisto imprese esterne ILVA); i massimi esponenti del colosso siderurgico, vale a dire Emilio Riva e suo figlio Claudio, il 50enne Lucio Biagio Paladino (responsabile del servizio prevenzione e protezione dell’Ilva); il 51enne Franco Fedele (responsabile servizio di prevenzione e protezione della ditta "Pitrelli").
Da segnalare che, tranne che nei confronti di Lavezzoli Carnevale, il p.m. propose la condanna per tutti e questo a chiusura di una requisitoria con cui fu evidenziato come nella vicenda in questione non fossero state rispettate determinate norme per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Una tesi formulata sulla scorta degli esiti della consulenza tecnica disposta dal pubblico ministero inquirente. Un accertamento il cui risultato portò ad ipotizzare che la morte di Mele si sarebbe potuta evitare qualora fossero stati adottati accorgimenti in grado di garantire l’incolumità fisica dello stesso operaio.
Si ricorda che il povero Mele perse la vita dopo esser stato investito da una fiammata mentre stava tentando di rimuovere dei bulloni posti su un tratto di tubazione flessibile del circuito oleodinamico dell’impianto su cui stava lavorando. Da segnalare che i familiari della giovane vittima si costituirono parte civile nel procedimento tramite gli avvocati Carlo Petrone e Giuseppe Coda.
Corriere del Giorno 24 Feb 2008
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